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Solo e pensoso
romanzo
di
Raffaele Castelli

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Solo e pensoso: il primo romanzo pubblicato da Raffaele Castelli. Conosco l'autore da una vita, mi dice che posso scrivere dandogli del tu, che non è un peccato essere amici e ammetterlo davanti agli altri. Poi il lettore non va confuso, e iniziamo la prima intervista. Siamo nel suo giardino, seduti sotto un lauro in una panchina che lui stesso ha costruito, così dice. Ma non ho motivo di non credere: è fatta di vecchi travi, agreste, diciamo, e comoda. Un tavolo dove ho il mio MP3, che registra. E' quasi estate, nel paese di Raffaele arriva in ritardo come testimoniano gli alberi da frutta non ancora matura e l'orto adiacente che ha poca roba da raccogliere. Ride e dice che ci vuole troppo lavoro. La zappa è dura e il tempo manca. 
Il romanzo è di 352. E' possibile acquistarlo in ogni libreria d'Italia, con il codice ISBN 978-88-488-0806-4, oppure direttamente via internet cliccando qui. 
Copertina del romanzo SOLO E PENSOSO (l'autore) 

Intervista

Come ti è venuto in mente di cominciare a scrivere alla tua età? (Mi guarda storto, so che scherza.) 

Ma che cacchio dici? L'ho scritto a cinquantaquattro anni. Ognuno è giovane finchè è attivo! Se poi ti senti già in pensione non lo so. Io no, anzi. Tutto il contrario, finalmente mi sento un po' libero dagli impegni di professione e posso dedicarmi a ciò che ho sempre amato, la scrittura e la lettura. Una cosa che ho imparato dalla mia laurea in architettura è che si deve comporre. Non solo case e urbanistiche, quanto la musica come la pittura e, infine, anche un romanzo. Perciò mi sento a posto ora che ho una certa etò, come dici. Ma noi dovremmo vivere cent'anni, o centoventi, secondo le ultime ricerche. (Ride.) 

Nel libro dici che le storie raccontate sono vere. Ma che intendi? Mi sembra che si tratti di un fatto surreale. (Sorride, chi non lo conosce crede che sia strano, per non dire di peggio.) 

Se hai presente le ultime pagine ricorderai, o non l'hai letto? 

L'ho letto, l'ho letto... 

Allora ho impostato una storia che mi viene sempre in mente, quella di restare solo sulla faccia della terra, e di vedere come potrei vivere così. E non parlo della condizione di solitudine verso la vita di tutti i giorni, quanto verso la mia stessa mente che verrebbe sollecitata, ritengo, dal ricordo. Guai se non avessimo memoria di ciò che è stato. Allora il racconto è surreale, ma se finisce nel modo in cui finisce, allora diventa verosimile. Perciò la storia è vera, perchè mi è stata suggerita dalla mia fantasia e vissuta sul serio. Addirittura ho avuto paura mentre al scrivevo, oppure ho pianto in alcune occasioni. Quindi il finale che rimette tutto a posto, credo. I fatti che vengono ricordati dal protagonista, però, sono reali, accaduti e verificabili con i testimoni ancora in vita. 

Perchè ridi di nuovo? 

Penso a un certo tipo che dopo aver raccontato favole chiede ai presenti se ci credono o meno e di fronte alle meraviglie di essi dice: "Allora chiedete alla buonanima di questo e alla buonanima di quest'altro". Quindi ancora perplessità e allora: "Che non possiate arrivare a casa questa sera!" 

(Rido anch'io.) Perciò l'organicità dei tanti racconti che sono nel romanzo è deterninata dalla condizione del protagonista solitario, mi pare. (Non c'è risposta). 

Sai che ho speso tanto di quel tempo per fare la foto su questa stessa panchina. Nessuna veniva bene che era difficile rappresentare la faccia di chi è senz'anima viva in quel momento. Una foto scattata da un certo Vit del romanzo e che ritrovo... per la miseria stavo per svelare il segreto del libro: non è giusto per i lettori che non ancora lo leggono. 

Come va letto il romanzo? Il linguaggio, soprattutto, pare come un diario, certe volte. 

E ti credo... allora non l'hai letto attentamente! 

L'ho letto... attentamente. Due volte. 

Be', in una situazione del genere bisogna anche trovare uno stile adatto. Il sottile modo di far vivere la solitudine del racconto e la comicità dei fatti. Un po' come è anche la nostra vita: non troppo seria a ben pensarci. Vedi quella casa? La mia. Ebbene l'ho costruita quasi con le mie stesse mani, tra pietre e cemento, ho pulito vecchi mattoni per quindici giorni per farci soltanto circa dieci metri quadrati di pavimento antico. E quanto mi costa! Pensavo di farne una dimora provvisoria, poi mi accorgevo che non è possibile su questo mondo. Dove già tutto è provvisorio. Allora ho cominciato a farla bella che doveva essere il mio luogo. Ma ugualmente non è destinata a rimanerlo per sempre. I figli se ne vanno dover credono, noi invecchiamo, i muri, il tetto, gli infissi, si deteriorano. Nulla è uguale a prima. Restano gli scritti, i disegni, le pitture e le musiche. In una parola l'arte. Quella sì che è una cosa seria e resta a chi verrà. Se si ha fortuna. Chi ricorda di un artigiano di duemilacinquecento anni fa? Nessuno, come se non esistevano. E di Fidia chi ricorda? Molti, che ancora ne ammirano le opere. 

Perciò scrivi? 

Esatto. 

Un po' come divenire eterni a metà. 

A metà, che abbiamo un inizio. E anche una fine, il più lontana possibile. 

Hai paura della morte? 

Chi, io? (Mi manda al diavolo, poi chiama la moglie con un SMS e chiede una birra per due. Ci diamo appuntamento al prossimo romanzo.)





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