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Le ricordanze
 
Poesia in endecasillabi sciolti che tratta, come spesso avviene nell'opera del Leopardi, di ricordi. Con essi tutti gli altri temi connessi: il raffronto con il presente, le illusioni, l'amarezza e la dolcezza liberatrice. I versi sono puri e limpidi.
 
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 Le ricordanze 

Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea 
Tornare ancor per uso a contemplarvi 
Sul paterno giardino scintillanti, 
E ragionar con voi dalle finestre 
Di questo albergo ove abitai fanciullo, 
E delle gioie mie vidi la fine. 
Quante immagini un tempo, e quante fole 
Creommi nel pensier l'aspetto vostro 
E delle luci a voi compagne! allora 
Che, tacito, seduto in verde zolla, 
Delle sere io solea passar gran parte 
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto 
Della rana rimota alla campagna! 
E la lucciola errava appo le siepi 
E in su l'aiuole, susurrando al vento 
I viali odorati, ed i cipressi 
Là nella selva; e sotto al patrio tetto 
Sonavan voci alterne, e le tranquille 
Opre de' servi. E che pensieri immensi, 
Che dolci sogni mi spirò la vista 
Di quel lontano mar, quei monti azzurri, 
Che di qua scopro, e che varcare un giorno 
Io mi pensava, arcani mondi, arcana 
Felicità fingendo al viver mio! 
Ignaro del mio fato, e quante volte 
Questa mia vita dolorosa e nuda 
Volentier con la morte avrei cangiato. 
Né mi diceva il cor che l'età verde 
Sarei dannato a consumare in questo 
Natio borgo selvaggio, intra una gente 
Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso 
Argomento di riso e di trastullo, 
Son dottrina e saper; che m'odia e fugge, 
Per invidia non già, che non mi tiene 
Maggior di sé, ma perché tale estima 
Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori 
A persona giammai non ne fo segno. 
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto, 
Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza 
Tra lo stuol de' malevoli divengo: 
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi, 
E sprezzator degli uomini mi rendo, 
Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola 
Il caro tempo giovanil; più caro 
Che la fama e l'allor, più che la pura 
Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo 
Senza un diletto, inutilmente, in questo 
Soggiorno disumano, intra gli affanni, 
O dell'arida vita unico fiore. 
Viene il vento recando il suon dell'ora 
Dalla torre del borgo. Era conforto 
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti, 
Quando fanciullo, nella buia stanza, 
Per assidui terrori io vigilava, 
Sospirando il mattin. Qui non è cosa 
Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro 
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga. 
Dolce per sé; ma con dolor sottentra 
Il pensier del presente, un van desio 
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui. 
Quella loggia colà, volta agli estremi 
Raggi del dì; queste dipinte mura, 
Quei figurati armenti, e il Sol che nasce 
Su romita campagna, agli ozi miei 
Porser mille diletti allor che al fianco 
M'era, parlando, il mio possente errore 
Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche, 
Al chiaror delle nevi, intorno a queste 
Ampie finestre sibilando il vento, 
Rimbombaro i sollazzi e le festose 
Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno 
Mistero delle cose a noi si mostra 
Pien di dolcezza; indelibata, intera 
Il garzoncel, come inesperto amante, 
La sua vita ingannevole vagheggia, 
E celeste beltà fingendo ammira. 
O speranze, speranze; ameni inganni 
Della mia prima età! sempre, parlando, 
Ritorno a voi; che per andar di tempo, 
Per variar d'affetti e di pensieri, 
Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo, 
Son la gloria e l'onor; diletti e beni 
Mero desio; non ha la vita un frutto, 
Inutile miseria. E sebben vòti 
Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro 
Il mio stato mortal, poco mi toglie 
La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta 
A voi ripenso, o mie speranze antiche, 
Ed a quel caro immaginar mio primo; 
Indi riguardo il viver mio sì vile 
E sì dolente, e che la morte è quello 
Che di cotanta speme oggi m'avanza; 
Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto 
Consolarmi non so del mio destino. 
E quando pur questa invocata morte 
Sarammi allato, e sarà giunto il fine 
Della sventura mia; quando la terra 
Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo 
Fuggirà l'avvenir; di voi per certo 
Risovverrammi; e quell'imago ancora 
Sospirar mi farà, farammi acerbo 
L'esser vissuto indarno, e la dolcezza 
Del dì fatal tempererà d'affanno. 
E già nel primo giovanil tumulto 
Di contenti, d'angosce e di desio, 
Morte chiamai più volte, e lungamente 
Mi sedetti colà su la fontana 
Pensoso di cessar dentro quell'acque 
La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco 
Malor, condotto della vita in forse, 
Piansi la bella giovanezza, e il fiore 
De' miei poveri dì, che sì per tempo 
Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso 
Sul conscio letto, dolorosamente 
Alla fioca lucerna poetando, 
Lamentai co' silenzi e con la notte 
Il fuggitivo spirto, ed a me stesso 
In sul languir cantai funereo canto. 
Chi rimembrar vi può senza sospiri, 
O primo entrar di giovinezza, o giorni 
Vezzosi, inenarrabili, allor quando 
Al rapito mortal primieramente 
Sorridon le donzelle; a gara intorno 
Ogni cosa sorride; invidia tace, 
Non desta ancora ovver benigna; e quasi 
(Inusitata maraviglia!) il mondo 
La destra soccorrevole gli porge, 
Scusa gli errori suoi, festeggia il novo 
Suo venir nella vita, ed inchinando 
Mostra che per signor l'accolga e chiami? 
Fugaci giorni! a somigliar d'un lampo 
Son dileguati. E qual mortale ignaro 
Di sventura esser può, se a lui già scorsa 
Quella vaga stagion, se il suo buon tempo, 
Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta? 
O Nerina! e di te forse non odo 
Questi luoghi parlar? caduta forse 
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita, 
Che qui sola di te la ricordanza 
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede 
Questa Terra natal: quella finestra, 
Ond'eri usata favellarmi, ed onde 
Mesto riluce delle stelle il raggio, 
È deserta. Ove sei, che più non odo 
La tua voce sonar, siccome un giorno, 
Quando soleva ogni lontano accento 
Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto 
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi 
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri 
Il passar per la terra oggi è sortito, 
E l'abitar questi odorati colli. 
Ma rapida passasti; e come un sogno 
Fu la tua vita. Iva danzando; in fronte 
La gioia ti splendea, splendea negli occhi 
Quel confidente immaginar, quel lume 
Di gioventù, quando spegneali il fato, 
E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna 
L'antico amor. Se a feste anco talvolta, 
Se a radunanze io movo, infra me stesso 
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste 
Tu non ti acconci più, tu più non movi. 
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni 
Van gli amanti recando alle fanciulle, 
Dico: Nerina mia, per te non torna 
Primavera giammai, non torna amore. 
Ogni giorno sereno, ogni fiorita 
Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento, 
Dico: Nerina or più non gode; i campi, 
L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno 
Sospiro mio: passasti: e fia compagna 
D'ogni mio vago immaginar, di tutti 
I miei teneri sensi, i tristi e cari 
Moti del cor, la rimembranza acerba.  

(Giacomo Leopardi 19° secolo)